Il dollaro sta davvero perdendo il suo trono? I 4 segnali che contano per il tuo portafoglio

Domenico Mosca ·

Il dollaro sta davvero perdendo il suo trono? I 4 segnali che contano per il tuo portafoglio

Articolo di Domenico Mosca, pubblicato su LinkedIn il 24/07/2026. Testo e grafici originali; formattazione adattata al sito. I dati, gli esempi e le condizioni si riferiscono alla data di pubblicazione. Leggi la pubblicazione originale su LinkedIn.

Il dollaro americano ha percorso una lunga strada per affermarsi come la valuta dominante a livello mondiale, un ruolo che è il pilastro della potenza degli Stati Uniti. Questa egemonia è stata plasmata da fattori economici, dalla politica della Federal Reserve (Fed) e da strategie geopolitiche.

Ogni volta che il dollaro si indebolisce, torna la stessa domanda: stiamo assistendo alla fine della sua egemonia? Per un investitore italiano la questione è molto concreta. Una parte rilevante del portafoglio può dipendere dal dollaro anche quando gli strumenti sono acquistati in euro: azioni americane, ETF globali, obbligazioni e materie prime incorporano esposizioni valutarie estere.

Il peso del dollaro nelle riserve mondiali è sceso rispetto ai massimi di inizio secolo e diversi Paesi stanno cercando alternative. Ma c'è qualche valuta che possiede la combinazione di liquidità, convertibilità, profondità nei mercati finanziari e fiducia istituzionale necessaria per sostituirlo?

Come il dollaro è diventato il centro del sistema

Il primato del dollaro deriva dalla forza economica americana, dal peso degli Stati Uniti nel commercio mondiale e dalla costruzione del mercato finanziario più profondo e liquido al mondo.

Nel 1944 gli accordi di Bretton Woods fissarono il nuovo ordine monetario del dopoguerra. Le principali valute vennero ancorate al dollaro e il dollaro all’oro, al prezzo di 35 dollari l’oncia. Gli Stati Uniti disponevano di un’economia dominante, di una parte consistente delle riserve auree mondiali e di un sistema produttivo rimasto intatto dopo la guerra.

Nel 1971 Richard Nixon sospese la convertibilità in oro. Il dollaro conservò il proprio ruolo perché banche, imprese, investitori e governi avevano già costruito intorno ad esso una rete difficile da replicare. Commercio, materie prime, debito internazionale e liquidità bancaria dipendevano in larga parte dalla valuta americana.

Soprattutto, il mercato dei Treasury offriva una quantità enorme di titoli negoziabili, utilizzabili come riserva e come garanzia nelle operazioni finanziarie. Più operatori usavano il dollaro, più diventava conveniente continuare a usarlo.

Oggi la valuta americana non domina perché è convertibile in oro. Domina perché il sistema globale continua ad avere bisogno di attività in dollari liquide, facilmente scambiabili e considerate relativamente sicure.

La de-dollarizzazione esiste, ma non significa sostituzione

Nel 1999 il dollaro rappresentava circa il 71% delle riserve valutarie allocate. Nel primo trimestre del 2026 la quota era scesa al 57,13%. Nello stesso periodo l’euro pesava per il 20,03% e il renminbi per appena l’1,99%.

Il calo di lungo periodo è reale, ma una parte della quota persa dal dollaro non è confluita nell’euro o nello yuan. Si è distribuita tra valute più piccole, come dollaro canadese e australiano, e altre attività di riserva.

Inoltre, le oscillazioni trimestrali non indicano sempre acquisti o vendite. Il valore delle riserve cambia anche per effetto dei tassi di cambio e dei prezzi delle obbligazioni possedute.

Un altro errore frequente consiste nel confrontare dati che misurano fenomeni diversi. Riserve ufficiali, pagamenti internazionali, finanziamento del commercio e scambi sul mercato valutario non sono la stessa cosa.

Riserve valutarie
Riserve valutarie

Implicazioni di un dollaro forte

  1. Dollaro Forte: attrattività degli asset USA: un dollaro forte rende gli asset statunitensi più attraenti per gli investitori stranieri, incoraggiando gli afflussi di capitale e gli investimenti diretti esteri (FDI). La domanda di titoli del Tesoro USA rimane resiliente, indicando che il suo status di bene rifugio è intatto.
  2. Esportazioni penalizzate e importazioni convenienti: un dollaro apprezzato rende le merci statunitensi più costose all'estero, penalizzando le esportazioni, mentre le importazioni diventano più economiche, beneficiando i consumatori.
  3. Pressione sulle economie emergenti: Sebbene non esplicitamente dettagliato per le economie emergenti indebitate, un dollaro forte aumenta il costo del servizio del debito denominato in dollari per i paesi con valute più deboli, potenzialmente causando difficoltà finanziarie.

Implicazioni di un dollaro debole

  1. Dollaro debole: miglioramento della competitività delle esportazioni USA: un dollaro più debole rende i prodotti americani più competitivi sui mercati globali.
  2. Potenziale ritorno dell'inflazione importata: la svalutazione della valuta può portare a un aumento dei prezzi dei beni importati, contribuendo all'inflazione interna.
  3. Fuga di capitali: un dollaro debole può innescare una fuga di capitali verso altre valute o asset reali come l'oro. La Fed che allenta la politica monetaria è un fattore negativo per la valuta.

I quattro segnali che meritano attenzione

1. La traiettoria fiscale americana: la sostenibilità del debito dipende dalla sua dinamica rispetto alla capacità dell’economia di sostenerlo. Il Congressional Budget Office stima per il 2026 un deficit federale di 1.900 miliardi di dollari, pari al 5,8% del PIL. Il debito detenuto dal pubblico dovrebbe raggiungere il 101% del PIL nel 2026 e salire al 120% entro il 2036, a politiche invariate. Nelle stesse proiezioni, l’aumento della spesa per interessi contribuisce in modo rilevante al deterioramento dei conti.

Gli Stati Uniti si indebitano nella propria valuta, dispongono di un’economia vasta e innovativa e continuano ad attirare capitali internazionali. Se una quota crescente del bilancio viene assorbita dagli interessi, però, lo spazio per investimenti pubblici e risposte alle crisi si riduce. Rendimenti più elevati richiesti dagli investitori aggraverebbero la dinamica.

Il privilegio di emettere la principale valuta di riserva concede agli Stati Uniti un margine che altri Paesi non hanno. Non rende però irrilevante ogni scelta fiscale.

Crepa fiscale Usa
Crepa fiscale Usa

2. Oro e diversificazione delle banche centrali: le banche centrali hanno aumentato gli acquisti di oro per diversificare in un contesto geopolitico meno stabile. L’oro non dipende dalla solvibilità di un emittente.

Nel 2025 la Polonia è stata il maggiore acquirente ufficiale, con circa 100 tonnellate, seguita da Kazakhstan, Brasile, Cina e Turchia. Dal 2022 la Cina ha acquistato oltre 350 tonnellate, secondo i dati richiamati dalla Banca Centrale Europea.

Nel 2025 l’oro ha superato i Treasury per peso nelle riserve ufficiali misurate a valori di mercato, ma il Fondo Monetario Internazionale attribuisce il fenomeno quasi interamente all’aumento del suo prezzo. Non dimostra una vendita in massa di dollari da parte delle banche centrali.

Il segnale esiste: le autorità monetarie vogliono dipendere meno da una sola forma di riserva. La velocità del cambiamento, però, è inferiore a quella suggerita dai titoli più allarmistici.

3. Pagamenti e commercio diventano più regionali: la crescita dello yuan si vede soprattutto dove la Cina può sfruttare il proprio peso commerciale. Nel marzo 2026 il renminbi rappresentava circa l’8% dei messaggi Swift legati al trade finance, superando l’euro e raggiungendo una quota molto più rilevante rispetto al passato.

Pechino promuove accordi bilaterali, linee swap e sistemi di pagamento alternativi. Regolare una parte degli scambi nella valuta del principale partner commerciale riduce il bisogno di dollari, ma non crea automaticamente una valuta globale alternativa.

Lo yuan può essere utile per pagare importazioni dalla Cina e restare poco attraente come riserva nazionale o rifugio durante una crisi. La riduzione dell’uso del dollaro nei flussi commerciali non implica automaticamente una pari riduzione nei mercati finanziari.

4. Il comportamento del dollaro nelle fasi di stress: storicamente, durante molte crisi gli investitori hanno comprato dollari e Treasury. Questa domanda ha rafforzato il cambio e abbassato i rendimenti dei titoli americani.

In alcuni episodi del 2025 e dell’inizio del 2026 è successo il contrario. Durante le tensioni successive agli annunci tariffari statunitensi dell’aprile 2025, il dollaro si è indebolito mentre i rendimenti dei Treasury sono saliti. L’euro, insieme a franco svizzero e yen, ha mostrato caratteristiche da valuta rifugio.

Euro, yuan e oro possono sostituire il dollaro?

  • L’euro: credibile, ma ancora incompleto. L'euro è nato a cavallo del nuovo millennio e ha rapidamente raggiunto circa il 20% delle riserve valutarie globali, riducendo la quota del dollaro dal 70% al 50%. Nei pagamenti internazionali, l'euro rappresenta tra il 30% e il 40% delle transazioni, mentre il dollaro è sceso al 40-50%. L’euro dispone di una banca centrale credibile, di istituzioni solide e di un’economia comparabile per dimensioni a quella statunitense. È la seconda valuta internazionale e nel 2025 l’emissione di debito internazionale in euro ha raggiunto il livello più alto dalla nascita della moneta unica.

Il limite principale è la frammentazione. Gli Stati Uniti offrono un unico grande mercato di titoli federali. Nell’area euro convivono debiti sovrani diversi, con liquidità, rischio e rendimenti differenti. Manca ancora un’attività sicura comune, emessa in quantità e con continuità paragonabili ai Treasury. Mercati dei capitali più integrati, maggiore capacità fiscale comune e più strumenti liquidi potrebbero rafforzare il ruolo internazionale dell’euro. Oggi resta un’alternativa parziale.

  • Lo yuan: forte nel commercio, debole come riserva. La Cina è centrale nelle catene produttive mondiali e può incentivare l’uso della propria valuta negli scambi. Questo spiega la crescita dello yuan nel trade finance. Una vera valuta di riserva richiede libera convertibilità, regole prevedibili, tutela degli investitori e un mercato obbligazionario accessibile e profondo. I controlli sui capitali e l’intervento politico limitano ancora l’attrattiva dello yuan.
Il dollaro sta davvero perdendo il suo trono? I 4 segnali che contano per il tuo portafoglio: grafico 4

Solo circa il 2% delle riserve di valuta ufficiali delle varie Banche Centrali sono in Yuan. Questo riassume bene la situazione: lo yuan viene usato sempre di più per alcune transazioni, ma viene scelto molto meno come deposito di valore istituzionale.

  • L’oro: assicurazione monetaria, non sistema di pagamento. L’oro può conservare valore nei periodi di sfiducia verso valute e governi. Non presenta rischio di credito e ha una disponibilità limitata. Non svolge tutte le funzioni di una valuta moderna: non sostiene con la stessa efficienza credito e pagamenti, non produce interessi o utili e il suo prezzo può oscillare molto. Può affiancare le riserve valutarie e diversificare un portafoglio. Non può sostituire da solo l’infrastruttura finanziaria costruita intorno al dollaro.

Investitore europeo: cosa fare?

Non serve prevedere quale valuta dominerà nel 2040. Serve conoscere l’esposizione attuale del patrimonio e verificare se è coerente con obiettivi, orizzonte temporale e spese future.

1. Misura l’esposizione reale, non la valuta mostrata sullo schermo: un ETF quotato in euro può investire prevalentemente in società americane. Acquistarlo su Borsa Italiana e vederne il prezzo in euro non elimina il rischio di cambio. La valuta base del fondo, la valuta di negoziazione e la valuta degli attivi sottostanti descrivono aspetti diversi. La protezione valutaria esiste solo con una copertura esplicita, spesso indicata da termini come “EUR Hedged”. Per le azioni la lettura è ancora più articolata. Una multinazionale statunitense può fatturare in decine di Paesi e sostenere costi in valute diverse. Il luogo di quotazione non racconta da solo la sua esposizione economica.

2. Collega la valuta agli obiettivi: se tra tre anni dovrai pagare una casa, le imposte o gli studi dei figli in euro, la parte di patrimonio destinata a quell’obiettivo non dovrebbe dipendere in modo casuale dal cambio euro-dollaro. Su orizzonti lunghi si può accettare una maggiore diversificazione valutaria. Sugli impegni vicini, una variazione del cambio può compromettere il capitale disponibile proprio nel momento in cui serve.

3. Distingui obbligazioni e azioni: in un’obbligazione, soprattutto con scadenza breve o rendimento contenuto, il movimento della valuta può superare facilmente gli interessi attesi. Per questo la copertura del cambio trova spesso maggiore giustificazione nella componente obbligazionaria internazionale. Nell’azionario di lungo periodo la scelta è meno netta. Le imprese hanno ricavi e costi globali, mentre la copertura comporta costi e deve essere rinnovata.

4. Assegna all’oro una funzione precisa: l’oro può offrire diversificazione negli scenari di tensione monetaria o geopolitica. Non sostituisce la liquidità necessaria alle spese, né la crescita prodotta nel tempo dalle imprese. La sua presenza deve ridurre la dipendenza da azioni e obbligazioni, proteggere da alcuni rischi estremi o bilanciare esposizioni già elevate. Acquistarlo soltanto perché il prezzo è salito o perché si teme la fine del dollaro significa usarlo come scommessa.

La mia conclusione

Il dollaro non è vicino a perdere il proprio ruolo centrale. La sua quota nelle riserve mondiali è diminuita rispetto al passato, le banche centrali comprano più oro e lo yuan conquista spazio in alcuni flussi commerciali.

Intanto, il dollaro resta presente in quasi nove operazioni valutarie su dieci e continua a dominare pagamenti, finanziamento del commercio e mercati dei capitali. Lo scenario più plausibile è una lenta frammentazione: più valute utilizzate negli scambi regionali, maggiore diversificazione delle riserve e reazioni meno prevedibili dei mercati durante le crisi.

Per un investitore italiano la conseguenza è concreta. L’esposizione al dollaro va misurata e collegata alle passività future, non eliminata per principio o accumulata senza controllo. Prima di modificare il portafoglio conviene rispondere a tre domande:

  1. Quanta parte del patrimonio dipende realmente dal dollaro?
  2. Quali obiettivi dovrà finanziare e in quali valute?
  3. Il rischio di cambio è remunerato oppure sta solo aggiungendo volatilità?

Sono domande meno affascinanti di una previsione sulla fine dell’egemonia americana. Sono anche quelle che proteggono meglio il capitale.

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